Come Sabbia tra le dita di Seichō Matsumoto.

(Discalimer: Madonna ma da quanto tempo non scrivevo! Troppo, troppo tempo. Se non ci segui su Instagram, cosa che ti consiglio di fare ovviamente (quale creator non ti consiglierebbe di seguirlo su instragram?) non sai il perché tutte le recensioni che prima esistevano sul nostro sito ora sono scomparse. Ecco… sono scomparse per due o tre problemini avuti con il dominio e robe tecnologiche che a noi non interessano. Non possiamo recuperlarle, quindi tutto poi starà nella mia capacità di ricordarmene qualcuna e dalla mia voglia di mettermele a riscrivere. Eeeeee… si vedrà, ma passiamo alla recensione!)

Attenscion Plis: Questa recensione è disponibile anche su youtube con i miei bellissimi disegni beceri e la mia soave voce nasale. Il Link al nostro canale lo trovi QUI.

Salve, io sono Maxim e questo è Tutto in Vetrina.
Il romanzo di cui ti parlo oggi è: come sabbia tra le dita di Seicho Matsumoto.

Il libro in questione è un thriller, anche se io lo annovererei quasi più tra i gialli investigativi, ma ci arriviamo a breve, dicevo: è un thriller. Ora, tu non mi conosci e non puoi saperlo ma io e i thriller non siamo proprio amicissimi, non è esattamente il mio genere preferito –quasi l’ultimo delle lista se non contiamo gli young adult-, vedi non sono una grandissima fan di temi come l’abuso e le violenze, e… hey, ciao, sono un thriller semplice: COSTRUISCO LETTERALMENTE TUTTO IL ROMANZO SULLE VIOLENZE.
Quindi thriller, non sei tu, lo so che non sei tu, sono io. Alcune cose non sono fatte per stare insieme e una persona normale se ne farebbe una ragione. Peccato solo che i romanzi, la lettura, siano la mia ragion d’essere e che mi pesa moltissimo avere dei limiti in quest’ambito quindi ciclicamente io i thriller li invito a cena, nulla di serio, giusto un’avventura che si spera sempre non culmini con un bel trauma.
Io so che per te, come per tanti il 2020 è stato un anno “particolare” ma per me non è che ci sia passato tantissimo tra il 2019 e il 20, o il 2019 e il 2018, e 17 e 16… sono almeno sei anni che Paolo Fox mi dice che questo sarà l’anno del sagittario e sono a tanto così dalla denunzia querela per vendita di false speranze. Che io sono fessacchiona, un po’ ci spero, ma niente.
Mi perdo… volevo dire nel 2019 io mi sono riavvicinata ai thriller e ne ho letti due davvero carini quindi mi sono detta MASSì il 2020 sarà l’anno in cui farò pace con i thriller, sono una donna adulta, posso farcela, ho la forza e la determinazione necessaria anche se ho ancora il terrore di chiamare il dentista per prendere appuntamento, quello no, quello non ce la faccio, mi mette una paura assurda. (Anche se il mio dentista è una personcina carinissima e gli voglio molto bene)
Così, volendomi approcciare di nuovo ai thriller mi sono ritrovata questo qui tra le mani bazzicando su amazon, l’ho acquistato in formato kindle e durante uno dei miei –purtroppo- ultimi viaggi per Milano mi ha fatto compagnia.


Trama: Tokyo, 12 maggio 1961. Nelle prime ore del mattino, sui binari della stazione di Kamata viene trovato il cadavere sfigurato di un uomo. Impossibile identificarne i tratti, non c’è alcun nome, solo due labili indizi che sembrano non portare da nessuna parte: la voce di un uomo anziano, che i testimoni hanno sentito parlare con un accento caratteristico, e una parola, kameda. Per seguirne le tracce l’ispettore EitarôImanishi è costretto a una lunga, infruttuosa indagine. I mesi passano, gli interrogativi non trovano risposte, anzi aprono solo nuove domande, tutte le vie si rivelano vicoli ciechi. Ma l’ispettore Imanishi non è uomo da lasciar perdere. E così, quando una serie di circostanze fortuite lo riporta al caso, si rimette in pista, cercando il legame tra il primo delitto e altre morti sospette. Infaticabile e cocciuto, Imanishi dovrà viaggiare per tutto il Paese, e finirà in un pericoloso labirinto fitto di inganni e false piste, da cui riuscirà a emergere solo a fatica con una sconcertante soluzione.

Il romanzo è scritto in terza persona e devo ammettere che scema come sono ci ho messo un po’ a prenderlo sul serio a causa dello stile “classico” che utilizza l’autore. Mi ricordava i monologhi fuori campo in “una pallottola spuntata” che appunto scimmiotta questo stile poliziesco tutto serio e cupo e mi veniva da ridere continuamente, ma qui è colpa mia, ho visto troppi film trash nella mia vita.

Però apprezzo questo stile, non amo molto quando si abusa di termini scurrili, volgari o “da tosto” se capisci cosa voglio dire solo perché nella testa dello scrittore questo da un tono figo alla storia quando a dare un tono alla storia deve essere, indovina… lo so questa cosa potrebbe sconvolgerti: la storia.
La storia se è bella e figa non c’ha bisogno di questo genere di forzature santo cielo!
Allora, va detto romanzo non è di quelli che ti fa stare perennemente sul filo del rasoio, l’indagine è parecchio lunga, quindi per buona metà del libro è tutto abbastanza calmo, non noioso però attenzione, anzi. Ti immergi nella fitta rete che tesse Matsumoto -ormai siamo in confidenza- fatta di intrighi, scie di morti, qualche piccolo cliché dove appaiono donne e uomini pronti a dargli l’indizio decisivo e mannaggia la peppetta, guarda un po’, prima di farlo tirano le cuoia la sfortuna alle volte, accipigna.

personaggi sono chiari e puliti, ora, noi siamo abituati spesso a dei personaggi molto ingombranti quando si parla di thriller o horror, ci fanno conoscere tizio detective nell’intimo, ci fanno empatizzare o robe simili e noi quindi poi più che seguire la  vicenda seguiamo lui, perché ci affezioniamo e poco importa poi se il caso è accattivante o meno, altre volte invece accade che l’autore si concentri a tal punto sulla trama da eclissare totalmente i personaggi e renderli meno di uno strumento, qui invece tutto è in completo equilibro. Non riesci certo a fare chissà quale grossa amicizia con i personaggi perché la storie è la vera protagonista ma l’autore non te la fa soffrire troppo come cosa, riesce a tenere tutto in un perfetto equilibrio.

Verso metà romanzo poi si entra nel vivo della vicenda e non mancano scene inquietanti che qualche brividino ti danno, con personaggi altrettanto inquietanti e se dovessi pensare a qualcosa di ostico nella lettura mi verrebbero in mente: luoghi e nomi. Noi italiani ormai siamo abituatissimi a leggere romanzi scritti in lingua inglese e quindi non ci pesa più memorizzare nomi o luoghi appunto, americani o londinesi, e non ci disturba la lettura, mentre magari per chi è poco avvezzo alla lettura di roba non occidentale potrebbe trovare un pizzico ostico doversi ricordare il nome di personaggio X o luogo y dove è accaduta quella cosa che si collega a quell’altra cosa che (che mio padre al mercato comprò) è successa a tale posto perché a precisazione, il nostro detective non sta fermo in un posto preciso a fare l’indagine, no… lui si muove, esplora il mondo e le sue meraviglie e va ovunque, anche io nerd schifosa quale sono amante di manga ed anime, anche io ho avuto qualche piccola difficoltà iniziale, poi però il nostro bel cervello tende ad abituarsi in fretta quindi ci fai il callo, almeno secondo me.
Una cosa che ho apprezzato moltissimo di questo romanzo e del lavoro che ha fatto il nostro Matsumoto è la ricerca che c’è dietro, l’uso sapiente che ha fatto di alcuni avvenimenti storici che diventano chiavi importanti per la risoluzione del mistero e dell’omicidio. Io adoro quando un romanzo mi insegna qualcosa, così deve essere, se vuoi parlare di qualcosa, se metti un elemento nel tuo romanzo devi conoscerlo, i romanzi sono libri, sono strumenti di conoscenza, anche se letti per vezzo personale. Non sono cimeli da mettere su un piedistallo illuminati da una lucina, vanno letti, riletti, consumati con passione, non messi in mostra per atteggiarsi con gli altri o peggio… atteggiarsi ad essere migliori degli altri!
Ad esempio lui ad un certo punto della storia –cerco di non fare spoiler perché non mi va, non voglio- parla dei bombardamenti di Kure. Ora, spesso quando si studia la storia, come in questo caso che si parla della seconda guerra mondiale, si parla sempre degli avvenimenti, passami il termine “grossi”, quindi bombe atomiche, la morte del re che fu la miccia che fece scattare etc. Ma la guerra è fatta anche di, questo passamela davvero tanto come termine,  “piccoli” avvenimenti, anche se piccoli non sono quando si parla di guerra, di persone e di vite.  Allora capita che quando si studiano le cose accadute in paesi diversi dal nostri alcuni avvenimenti piccoli non veniamo mai a conoscerli, ancora adesso, sono sicura che se andassi in qualche regione, in un paesino più al nord mi verrebbero dette minuzie accadute lì che non sapevo,  che sui libri di storia non ci sono, quindi se posso venirle a conoscere così le minuzie accadute altrove sono contenta. Dicevo, lui ci parla dei bombardamenti di Kure, che sono una cosa grossa in realtà, del 14 marzo 1945 ad opera di alcuni B-29 della USAAF che presero di mira la città di Naniwa che oggi noi conosciamo con il nome di Osaka, ecco io ad esempio mica sapevo che prima si chiamava Naniwa, ora lo so, ora lo sai anche tu e ti ci puoi atteggiare, vai al pub, incontri qualcuno è fai:

“Ehilàààààààà…. ma lo sapevi che prima Osaka si chiamava Naniwa? No? Eh lo so, sono troppo affascinante, intelligente, bellissimo, acculturato… me la dai? La baguette ovviamente, ovviamente la baguette che hai al tavolo che ho un po’ di fame, santo cielo come sei maliziosa.

Questi bombardamenti non hanno colpito solo la città principale ma anche alcune zone limitrove o oltre alle perdite importanti, quindi alle vite, ci sono stati anche problemi e perdite “amministrative” e non dico altro sennò faccio spoiler, però è affascinante anche come ci viene spiegato il dopo, il ricostruire e la fatica che si fa per ricostruire.
Sono rimasta affascinata e contenta d’aver scoperto queste cosine.
La risoluzione del caso non è affatto scontata ed è stato… soddifacente. Io poi sono molto critica sul finali, per me un finale può confermare o ribaltare tutto eh, un finale fatto male rovina il migliore dei romanzi quindi bravo a Matsumoto. Mi è piaciuto così tanto che poi mi sono interessata anche a lui come autore e mi sono chiesta se c’era qualche cosina interessante da conoscere su di lui:

Innanzitutto che il suo primo romanzo di successo non è questo qui ma: la morte arriva in orario, pubblicato poi con il titolo “Tokyo express” che evidentemente accalappiava più lettori non lo so, per far capire che era oltre oceano il cristiano boh, terribile comunque, lo comprerò perché lo comprerò ma con l’altro titolo a costo di scavare i meandri più oscuri dei siti dell’usato perché sì. Come sabbia tra le dita è il suo secondo successo, leggendo questo mi sono detto “mh, ma quanti romanzi ci sono di questo fanciullo” insomma, è uno navigato è il primo fessacchione che passava di lì, dall’altra parte della strada, che ha appena cominciato la carriera? Vado allora su wikipedia- ciao carissima, ti voglio bene, grazie per tutte le volte che ti trovo nei momenti di bisogno quando mi fai credere dagli altri più intelligente di quello che sono ti finanzio sempre ogni volta che me lo chiedi, ciao cara- dicevo, wikipedia mi dice che il nostro Matsumoto ha scritto 300 romanzi… 300 romanzi….

300 ROMANZI!

Santiddio sono più di un romanzo l’anno ma una vita? Vacanze al mare, cene in famiglia, incontri scuola famiglia a scuola dei figli no? Sono sconvolta. Sono un sacco di romanzi, dubito tutti pubblicati in Italia, e comunque ammetto non li leggerei, voglio andare in vacanza e farmi cene in famiglia io (anche se poi non vado in vacanza, e detesto le cene di famiglia, non ho una vita sociale perché sono una vera asociale non come quelli che ci scherzano sull’internet).
Un’ultima curiosità che leggo su di lui è che è considerato il Simenon giapponese. Ah, bene. Io non so se sai chi è Simenon, è… guarda, un altro fessacchione che passava di lì, sulla stessa strada… il creatore dell’iconico commissario Meigret.
Complimenti Matsumoto, complimenti. Per questo è per i 300 romanzi che hai scritto che ti portano ad un livello superiore l’espressione “aver venduto l’anima alla scrittura”. (Che poi ho scoperto della morte di Matusmoto, povero, spero che all’inferno dove vanno tutti gli scrittori capaci ti trattino come il Re che sei della prolofichità. Ci lasci comunque in eredità… un sacco di libri veramente ma come stracazzo hai fatto!?)
Tornando a parlare del romanzo: ha un inizio calmo ed intenso,ti cattura bene, scorre liscio che una meraviglia e sa stupirti senza disgustarti,con i giusti sobbalzi. Per questo lo annovero tra i gialli e non tra i thriller come mi diceva amazon, alla fine è un investigativo ed è estremamente piacevole. Lo consiglio sia a che ama il genere e sia a chi come me non lo gradisce troppo, potrebbe sorprendervi. Non direi che mi rimarrà nel cuore ma ne avrò sempre un ricordo piacevole, anche perché c’ho un sacco di romanzi nel cuore che mi hanno lacerata in modi dolorosi e bellissimi ma ce sempre posto per altri, come quado sei pieno ma c’è sempre spazio per il dolce.
Bene, credo di aver detto tutto, si spera di rileggerci presto,mangia tanta cioccolata e… evviva l’autunno!

Maxim Walker.

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